Anche questo 2026 mi vede impegnato nella challenge personale “La challenge delle 12 mostre” dove mi impegno (per modo di dire visto che è una mia forte passione) ad andare a vedere almeno uno mostra al mese. Mi pegno, quando visito una mostra, non solo a vedere le opere ma sopratutto a fare una analisi fenomenologia personale degli spazi della mostra. È una mia abitudine che mi arricchisce sempre molto oltre le aspettative. Bene, ora parliamo della mostra di Elio Ciol.

Challenge delle 12 mostre episodio #1 Elio Ciol

Sono andato a vedere Sguardi e silenzi, la mostra dedicata a Elio Ciol al Museo Diocesano Carlo Maria Martini.

Pensavo a una visita “normale”. In realtà ho subito capito che non era il caso di avere fretta. Le immagini di Ciol sono potenti e pretenziose, ti svelano i segreti se le osservi con attenzione.

Accompagnare le immagini

La cosa che mi ha colpito subito è questa: Ciol non ruba le immagini. Le accompagna.

Non c’è mai l’impressione di uno che arriva, scatta e se ne va. È più come se si fermasse, aspettasse che le cose si sistemino da sole e, solo allora, decidesse che è il momento giusto.

Le foto non cercano di stupirti. Non cercano il colpo a effetto. E oggi, abituati come siamo a immagini che vogliono attenzione immediata, questa cosa ti spiazza un po’.

Neorealismo, ma senza etichette addosso

Ci sono i lavori legati al Neorealismo, certo. Ma Ciol non sembra mai interessato a “stare dentro” una corrente.

Il centro non è il messaggio politico. È il reale, punto. Le persone, il lavoro, i bambini, gli anziani, i gesti quotidiani. Tutto osservato con una cura che non diventa mai zuccherosa.

Vajont: stare un passo indietro

La sezione sul Vajont è quella che mi ha colpito di più. Ed è anche quella che, in qualche modo, mette più a disagio.

Non perché sia dura da guardare in modo esplicito, ma perché non ti dà appigli facili. Non c’è spettacolo del dolore. Non c’è cronaca urlata. C’è solo una presenza silenziosa.

Guardandole ho pensato che Ciol abbia fatto una scelta precisa: non aggiungere niente. Non spiegare. Stare lì.

E a volte è proprio questo che rende una fotografia potente.

Un consiglio: prima di queste immagini è importante quardare il monologo sul Vajont di Marco Paolini.

Tornare sempre da dove si è partiti

Per capire Ciol bisogna tornare alle sue radici: Casarsa della Delizia, il Friuli, l’infanzia.

Quella terra non è solo un soggetto ricorrente, è il punto fermo da cui tutto parte. Anche quando fotografa l’Umbria, la Terra Santa, l’Armenia o i canyon americani, lo sguardo resta coerente. Come se avesse sempre con sé lo stesso modo di guardare.

Lentezza come scelta (non come nostalgia)

Una cosa che mi ha colpito molto è la lentezza.

Non una lentezza romantica o nostalgica, ma una lentezza voluta, allenata. Ciol sembra prendersi tutto il tempo necessario per far dire alla bellezza dell’attimo: forza esci, non preoccuparti, qui stai bene!”

Anche quando sperimenta tecnicamente, penso all’uso dell’infrarosso e ai contrasti molto marcati, non lo fa per farsi notare. Lo fa perché quella è lsua strada, non perché sia la soluzione più vistosa.

Incontri veri, non ritratti “da personaggio”

Nel percorso compaiono anche figure molto note: Pier Paolo PasoliniDavid Maria TuroldoWilliam CongdonLuigi Giussani.

Ma non sono mai ritratti “importanti”. Non c’è l’idea di celebrare qualcuno. C’è piuttosto la sensazione di un incontro vero, di uno sguardo che cerca prima di tutto di capire chi ha davanti.

Assisi e il paesaggio

C’è poi Assisi, dove Ciol si ferma a lungo. Qui il confine tra arte, uomo e natura diventa sottilissimo.

E infine il paesaggio, che chiude la mostra. A un certo punto leggi una frase di Ciol che chiarisce tutto:

“Il paesaggio per me è un dono: lo ricevo, non l’ho fatto io.”

Ecco. Dentro questa frase c’è tutta la sua fotografia. Il fotografo non come autore che impone una visione, ma come qualcuno che riceve e prova a leggere quello che c’è già.

Uscendo

Quando sono uscito dal Museo ho avuto una sensazione molto semplice: questa non è una mostra da “vedere”. È una mostra da assorbire.

In un periodo in cui le immagini passano davanti agli occhi senza lasciare traccia, Ciol ti ricorda che guardare bene richiede tempo. La bellezza insostituibile dell’attimo chiede tempo in cambio.

Se lavori con le immagini o se senti solo il bisogno di rallentare un po’ lo sguardo  Sguardi e silenzi vale davvero il tempo che le dedichi.

Infine, ma non per ultimo, con il biglietto era compresa la visita alle splendide collezioni del Museo Diocesano Carlo Maria Martini e al resto del chiostro. Quel tipo di collezioni non è il mio genere ma indubbiamente meritano una visita.

Infine

Ho scritto io questo articolo ma poi ho chiesto a ChatGPT di dargli una sistemata. A te come sembra? Hai visto la mostra? Ti piace Ciol? Un tuo commento mi farebbe piacere!