Dal 19 al 22 marzo 2026, a Milano, si è tenuta MIA Photo Fair BNP Paribas. Quindicesima edizione, oltre cento espositori, gallerie internazionali, progetti speciali, premi, talk, ma la cosa più interessante, almeno per me, non è stata semplicemente la fiera in sé ma quello che si è visto sotto la superficie della fotografia. Sono felice di dire che la materia, sta diventando il vero trend.

Il tema era la “Metamorfosi”. Ma non era solo una parola elegante.

“Metamorfosi” non è rimasta una formula curatoriale buona per il comunicato stampa.

Ha raccontato in modo abbastanza preciso quello che sta succedendo oggi alla fotografia: non stanno cambiando solo i soggetti, gli autori o le tecnologie. Sta cambiando il modo stesso in cui la fotografia si presenta, si costruisce e si fa esperienza.

In altre parole, la fotografia si ribella al “piattume” del digitale per nascere con un valore aggiunto potente.

Sono cambiati i supporti, le superfici, i formati, il rapporto con lo spazio. E proprio qui, secondo me, si è visto uno dei trend più forti del momento.

Il punto chiave: la fotografia è tornata oggetto

Girando per la fiera, si è capita una cosa con una certa chiarezza: la fotografia ha smesso di stare tranquilla dentro il suo rettangolo classico.

Non si è vista solo la classica stampa ben fatta, incorniciata e appesa.

Si sono viste contaminazioni, installazioni, dialoghi con altri linguaggi, sconfinamenti verso il video, verso l’editoria, verso l’AI, verso la costruzione di ambienti più che di semplici pareti espositive.

Il materiale è diventato linguaggio

La parte più interessante, però, è stata un’altra: il materiale non ha fatto da semplice supporto. Ha iniziato a comportarsi come linguaggio. Non me ne vorranno i fotografi professionisti, non è che prima non fosse così, ma frequento la fiera da diverse edizioni e sempre di più aumenta la ricerca in questa direzione.

Il ritorno di processi e oggetti che riportano la fotografia a una dimensione più concreta e meno liquida, come nel caso della Polaroid;

L’attenzione molto forte alle carte fotografiche, alle finiture e alla qualità di stampa, dove la superficie non ha fatto solo da base tecnica ma ha influenzato davvero la lettura dell’immagine;

La presenza dell’analogico non come nostalgia, ma come scelta di carattere, di ritmo e di consistenza visiva;

L’uso di formati molto grandi, capaci di cambiare il tempo dello sguardo e il rapporto fisico tra immagine e spettatore.

Tutto questo ha fatto capire una cosa semplice: il materiale è sempre di più linguaggio.

È cambiato anche il tempo dello sguardo

Un altro aspetto che la fiera ha reso evidente è stato il rapporto tra immagine e attenzione.

Siamo abituati a consumare immagini velocemente. Le vediamo, scorriamo e purtroppo dimentichiamo, qui invece spesso era il contrario.

Le superfici, le dimensioni, le finiture, la costruzione dello spazio hanno imposto un ritmo diverso. Hanno rallentato lo sguardo, un rallentamento parte dell’esperienza.

Per chi lavora nel visual, questo è un segnale molto serio

Se lavori nella grafica, nella fotografia o nella comunicazione visiva, da una fiera come questa non esci solo con qualche nome da segnarti o con qualche immagine interessante ma esci con una considerazione professionale abbastanza netta.

Per anni ci siamo abituati a ragionare così: immagine, file, pubblicazione ma oggi il digitale è banale.

Quello che si è visto a MIA Photo Fair 2026 ha suggerito altro: sta diventando sempre più importante progettare la fotografia non soltanto come immagine, ma come oggetto fisico, come presenza, come esperienza materiale e questa è una competenza che tocca da vicino non solo i fotografi, ma anche designer, art director, curatori, editori, formatori.

In pratica, cosa ha significato tutto questo

E quindi dico ai miei studenti, approfondite i materiali, provate nuovi formati cambiate la relazione con lo spazio e puntate alla percezione fisica del lavoro finale, tutti possiamo fare tutto con le AI ma ciò che conta sono solo due cose: il progetto e l’esperienza sensoriale dell’utente.

La cosa che mi sono portato a casa

La sensazione più forte che mi ha lasciato questa edizione è stata molto netta: la fotografia ha continuato a trasformarsi, ma non dissolvendosi nel digitale puro. Al contrario, ha mostrato un bisogno crescente di corpo, di presenza, di materia. Un bisogno di evolversi.

Ed è proprio qui che i materiali si sono confermati come uno dei segnali più importanti da osservare.

Perché quando un’immagine smette di essere solo immagine e torna a essere oggetto, cambia tutto: cambia il modo in cui la guardi, il modo in cui la ricordi e anche il modo in cui la progetti.

Ringraziamenti

Grazie agli organizzatori per l’esperienza sempre coinvolgente e ai numerosi artisti che hanno avuto la pazienza di rispondere alle mie domande! Già aspetto la prossima edizione!